GAZA, Back Home
Testo di Giacomo Cioni
Foto di personale umanitario a Gaza




La gente a Gaza non ha paura di perdere la vita. La gente a Gaza ha paura di perdere la propria terra. Non temono il rientro in edifici che in situazioni normali sarebbero transennati e considerati a rischio imminente di crollo. Muri completamente disfatti e pericolanti dove la gente prova a ritrovare uno straccio di normalità. Spostano le macerie, ripuliscono la polvere e raccolgono i morti. Tutto questo nel tentativo di ritrovare un pezzo di vita. La primavera è arrivata anche lì e, dopo il periodo del cessate il fuoco, iniziato il 19 gennaio 2025, la vita ha provato a riaccendersi col rientro di decine di migliaia di profughi nei loro paesi, nel tentativo di mantenere la propria terra.
Ma la ripresa dei bombardamenti israeliani a marzo 2025 è tornata a mietere vittime. L’obiettivo del governo israeliano è duplice: depotenziare Hamas, ma anche incentivare l’uscita della popolazione dalla Striscia. Il ritorno a casa per molti sfollati non è altro che il primo passo di un viaggio nel dolore. Le strade sono ora canyon di polvere e distruzione. Le famiglie si aggirano tra le rovine dei loro quartieri, cercando di riconoscere ciò che resta delle loro case.




C’è una sigla molto ‘fredda’ che racchiude un mondo: ‘IDP’, Internally Displaced People: persone sfollate ma che restano all’interno della zona del conflitto. Sono le centinaia di migliaia di palestinesi che sono rimasti nella Striscia di Gaza.
Mentre gli sfollati tentano di riappropriarsi delle loro terre, le notizie dai fronti diplomatici si tingono di nuove ombre. Gli attacchi israeliani ripresi dal 18 marzo non risparmiano nessuno: edifici governativi, ospedali, luoghi di culto e abitazioni civili diventano bersagli. Il numero delle vittime continua a salire, mentre il mondo assiste impassibile. L’annuncio di Israele sulla creazione di un’amministrazione per facilitare l'”uscita volontaria” dei palestinesi dalla Striscia apre un nuovo scenario inquietante. Il piano, avallato dal governo Trump, prevede la creazione di corridoi sicuri per chiunque voglia lasciare Gaza. Ma molti leggono in questa decisione un tentativo di deportazione di massa mascherato da opportunità. Lasciare significa rinunciare alla propria terra, alla propria storia, a ciò che resta della propria identità. Per chi resta, invece, il futuro è un’incognita fatta di guerra, privazioni e resistenza.



Nel frattempo, la Striscia di Gaza si trasforma in un cimitero a cielo aperto. Cinquantamila morti almeno, diciottomila bambini uccisi, più di centotredicimila feriti. Sono numeri che si fatica a comprendere, eppure sono reali. Le organizzazioni umanitarie, ormai allo stremo, denunciano l’impossibilità di operare in un territorio dove anche gli aiuti sono diventati un bersaglio. La decisione dell’Onu di ridurre il personale nella Striscia, dopo l’uccisione di cinque membri del suo staff, suona come una dichiarazione di resa. Nessuno sembra più in grado di fermare la carneficina.



La storia del reportage
Le foto sono state scattate da personale umanitario che ha richiesto di restare anonimo nel gennaio e febbraio 2025. Il testo è stato scritto dal giornalista Giacomo Cioni, al rientro da un viaggio in Cisgiordania.