Partiamo da lì, da un giorno e non da un luogo o da un fatto, questa volta. Facciamo iniziare il Risiko – ma è ancora il Risiko di prima? – da oggi, dal giorno 1136 dall’invasione russa dell’Ucraina. E’ un giorno interessante. Un giorno in cui si scopre come si è rovesciato il Mondo, grazie a Donald Trump. Sia chiaro: In Ucraina al fronte, dal punto di vista militare non c’è nulla di nuovo. Si combatte e si muore. Certo, la pressione dell’esercito russo – costante e poderosa – ha portato alla conquista di nuovi metri, non chilometri, di territorio. E sicuramente i civili muoiono ancora sotto i costanti bombardamenti delle città. Insomma, tutto come sempre. Quello che cambia rapidamente sono gli schieramenti e il clima generale, con il valzer di nuovi antagonismi e recenti amicizie.
Il giorno 1136 di questa fase di una guerra iniziata nel 2014, coincide infatti con il giorno numero 3 dei dazi che Trump ha imposto alle economie del Pianeta che ritiene concorrenti. Così, si scopre che la notizia dei dazi all’Unione Europa è stata accolta a Mosca con moti di giubilo. “Questo – dicono i commentatori del Cremlino – porterà alla fine dell’Unione Europea”. Curiosamente, si scopre che Trump i dazi li ha voluti contro l’Europa, contro il Giappone, la Corea del Sud, il Canada, la Cina e chi più ne ha più ne metta, ma non contro Mosca. La Russia non ha avuto alcun dazio, alcun aumento di tariffe. La ragione ufficiale è che non ci sono scambi commerciali significativi fra i due Paesi. In realtà – lo svela un bell’articolo di Le Monde – il commercio fra Washington e Mosca nel 2024 valeva circa 3,5miliardi di dollari, molto più di quanto ammonti il totale con Mauritius e Brunei, due Paesi inseriti nell’elenco dei dazi di Trump. Da notare che anche la Bielorussia non ha subito aumenti di dazi.
I dati svelano ciò che gli analisti politici hanno intuito da tempo: con la scelta di non penalizzare la Russia, la Casa Bianca continua la sua marcia di avvicinamento al Cremlino. Una marcia iniziata con l’annuncio della mediazione fra Ucraina e Russia e proseguita con un piano di pace che danneggia Kiev e mette all’angolo gli alleati europei. L’obiettivo sempre più evidente è strappare Putin dall’abbraccio cinese e dedicarsi a quel punto ad una serena spartizione del Mondo, a una nuova Yalta, da una posizione più forte.
L’Europa sta acquisendo una sempre maggiore consapevolezza di quanto avviene e confusamente si muove di conseguenza. La Commissione europea ha annunciato contromisure tariffarie di pari entità, nonostante alcuni Stati – ad esempio l’Italia – sembrino più propensi a tentare la via della “trattativa privata”, a due, per trovare soluzioni. Ma sul piano politico, la situazione è pesantissima. La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, è stata tagliente. Arrivata all’ennesima riunione dei ministri degli Esteri della Nato ha spiegato che “guardando la lista, è molto interessante scoprire che alle isole McDonald vengono imposti dazi, mentre altri Stati, come la Russia, non sono inclusi.
Noi ci concentriamo su di noi, rendiamo chiaro che proteggiamo gli interessi europei, quelli dei consumatori e delle imprese”. La riunione Nato non è stata semplice da gestire. La convinzione degli europei è che gli Stati Uniti vogliano disimpegnarsi e qui comincia il balletto delle contraddizioni. Il segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, ha dichiarato stizzito che “gli Stati Uniti sono attivi all’interno della Nato come non lo sono mai stati. Alcuni degli isterismi e delle iperboli che vedo nei media globali e in alcuni media nazionali negli Stati Uniti sulla Nato non sono giustificati”. A questo aggiunge che, comunque, è fondamentale che tutti gli Stati arrivino ad investire il 5% del loro Pil in armamenti. Contemporaneamente, il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, ha ribadito che “gli Stati Uniti da almeno 15 anni hanno indicato agli alleati europei che hanno intenzione di concentrarsi di più sull’Indo-Pacifico”. Quindi, per Rutte il disimpegno ci sarà, ma deve essere visto come qualcosa di noto e da fare “in modo coordinato”.
Sullo sfondo, ad accompagnare questo riposizionamento globale, resta la morte di migliaia di persone. La guerra continua nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan, nel Myanmar tagliato a pezzi dal terremoto. Continua a Gaza, con l’azione incessante dell’aviazione e dell’esercito israeliano. I morti, dalla fine della tregua, si contano di nuovo a migliaia. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato che l’esercito sta “sezionando” la Striscia di Gaza, “sequestrando” – ha usato questo temine – il territorio per fare pressione su Hamas. L’obiettivo è la liberazione degli ostaggi ancora in mano all’organizzazione palestinese. Intanto, l’Onu denuncia come a Gaza non ci sia più farina.
Una guerra infinita, che Israele occulta impedendo a chiunque di fare informazione. Sono stati resi noti i risultati di uno studio del Watson Institute for International and Public Affairs, presso la Brown University. Si legge che nel 2023, un giornalista o un operatore dei media è stato ucciso o assassinato ogni quattro giorni. Nel 2024, il dato è stato di uno ogni tre giorni. La maggior parte dei giornalisti feriti o uccisi, come nel caso di Gaza, erano giornalisti locali. Il rapporto spiega altre cose. “Non solo i reporter locali corrono grandi rischi – si legge – trovandosi da soli di fronte a violenze straordinarie; questo compromette anche la copertura delle notizie e, di conseguenza, l’ecosistema dell’informazione mondiale. La diminuzione del numero di corrispondenti stranieri esperti nelle zone di conflitto, dovuta a cambiamenti di lungo periodo nell’industria dell’informazione globale che hanno portato alla de-priorizzazione della copertura giornalistica internazionale e alla chiusura degli uffici di informazione esteri, ha ugualmente paralizzato la conoscenza critica e contribuito a facilitare la creazione di cimiteri di notizie”.
Muore l’informazione e muoiono i giornalisti: in questo anno e mezzo di guerra a Gaza, è stato ucciso un numero complessivo di giornalisti superiore a tutti quelli morti in tutte le principali guerre del Pianeta fra la Guerra Civile Americana del 1861-1865 sino alla seconda Guerra in Iraq nel 2003.